Economia

Eurozona: quali Paesi usano l'euro e come si entra

Eurozona: i 21 Paesi che usano l'euro dopo l'ingresso della Bulgaria, i criteri per entrare, chi resta fuori e cosa cambia per chi vive in Italia.

Chiesa con cupole verdi sotto un cielo sereno
Indice
  1. Cos'è l'eurozona e quanti Paesi ne fanno parte
  2. Dalla lira all'euro: come è nata la moneta unica
  3. Gli allargamenti dell'area dell'euro fino al 2026
  4. Come si entra nell'eurozona: i criteri di convergenza
  5. I Paesi UE che non usano l'euro
  6. Chi usa l'euro fuori dall'Unione europea
  7. Cosa significa l'eurozona per chi vive in Italia
  8. Domande frequenti

L'eurozona, chiamata anche area dell'euro, è l'insieme dei Paesi dell'Unione europea che hanno sostituito la propria moneta nazionale con l'euro. Dal 1° gennaio 2026 ne fanno parte 21 Stati su 27, dopo l'ingresso della Bulgaria. Vediamo quali sono, come ci si entra, chi resta fuori e cosa cambia in pratica per chi vive in Italia, viaggia o lavora negli altri Paesi europei.

Cos'è l'eurozona e quanti Paesi ne fanno parte

Secondo il sito istituzionale dell'Unione europea dedicato all'euro, la moneta unica è oggi la valuta ufficiale di 21 dei 27 Stati membri. L'elenco comprende Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna.

La Banca centrale europea stima che circa 358 milioni di cittadini europei usino l'euro nella vita di tutti i giorni. Per questi Paesi la politica monetaria, cioè le decisioni sui tassi di interesse ufficiali, non è più nazionale: la prende il Consiglio direttivo della BCE, di cui fanno parte anche i governatori delle banche centrali nazionali dell'area, compresa la Banca d'Italia.

È utile chiarire subito una differenza che crea spesso confusione. Unione europea ed eurozona non coincidono: tutti i Paesi che usano l'euro come membri a pieno titolo sono nell'UE, ma non tutti i membri dell'UE usano l'euro.

Dalla lira all'euro: come è nata la moneta unica

L'euro è nato il 1° gennaio 1999. Per i primi tre anni è esistito solo come moneta "scritturale", usata cioè per la contabilità e per i pagamenti elettronici, mentre nei portafogli circolavano ancora lire, marchi e franchi. Le banconote e le monete in euro sono arrivate il 1° gennaio 2002, quando hanno preso il posto delle valute nazionali a un tasso di conversione fisso.

Per l'Italia quel tasso è rimasto nella memoria di molte famiglie: un euro valeva 1.936,27 lire. Il nostro Paese è stato tra gli undici fondatori del 1999, insieme a Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. La Grecia si è aggiunta nel 2001, in tempo per l'arrivo del contante.

Gli allargamenti dell'area dell'euro fino al 2026

Dopo il gruppo iniziale, l'area dell'euro si è allargata a tappe, soprattutto con i Paesi entrati nell'UE nel 2004 e dopo. La tabella riassume l'anno di adozione dell'euro per ogni Stato membro, secondo i dati pubblicati dalla Banca centrale europea nella sezione sulla storia dell'euro.

Anno di adozionePaesi
1999 (contante dal 2002)Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna
2001 (contante dal 2002)Grecia
2007Slovenia
2008Cipro, Malta
2009Slovacchia
2011Estonia
2014Lettonia
2015Lituania
2023Croazia
2026Bulgaria

L'ultimo ingresso è quello della Bulgaria, diventata il 1° gennaio 2026 il ventunesimo membro. Il tasso di conversione è stato fissato a 1,95583 lev per un euro e, da quella data, il governatore della Banca nazionale bulgara siede nel Consiglio direttivo della BCE.

Come si entra nell'eurozona: i criteri di convergenza

Adottare l'euro non è una scelta che un governo può fare da solo da un giorno all'altro. Come spiega la scheda della BCE su come si entra nell'area dell'euro, il Paese deve essere membro dell'UE e raggiungere un livello elevato e sostenibile di convergenza economica. I parametri, noti anche come criteri di Maastricht, sono cinque:

  • Inflazione: non più di 1,5 punti percentuali sopra la media dei tre Stati con i prezzi più stabili.
  • Disavanzo pubblico: non oltre il 3% del prodotto interno lordo.
  • Debito pubblico: non oltre il 60% del PIL, oppure in calo a un ritmo adeguato verso quel livello.
  • Cambio: partecipazione per almeno due anni agli accordi europei di cambio (ERM II), senza svalutazioni nei confronti dell'euro.
  • Tassi a lungo termine: non più di 2 punti percentuali sopra la media dei tre Paesi migliori sul fronte dell'inflazione.

Oltre ai numeri, la legislazione nazionale deve essere compatibile con i trattati e con lo statuto del Sistema europeo di banche centrali, a partire dall'indipendenza della banca centrale. La Commissione europea e la BCE verificano i progressi almeno una volta ogni due anni nelle relazioni sulla convergenza. La decisione finale spetta al Consiglio dell'Unione europea, su proposta della Commissione e dopo aver consultato il Parlamento europeo.

I Paesi UE che non usano l'euro

Sei Stati membri hanno ancora la propria moneta: Cechia, Danimarca, Polonia, Romania, Svezia e Ungheria. La loro posizione però non è la stessa. Cechia, Polonia, Romania, Svezia e Ungheria sono tenute ad adottare l'euro quando avranno soddisfatto le condizioni richieste. La Danimarca invece ha negoziato una clausola di non partecipazione e può mantenere la corona anche in futuro.

Nella relazione sulla convergenza 2026, di cui ha dato conto l'agenzia AGI a giugno, la Commissione ha concluso che nessuno dei cinque Paesi tenuti all'adozione rispetta ancora tutti i criteri. Per questo, al momento, nessuno di loro è pronto a entrare nell'area dell'euro.

Chi usa l'euro fuori dall'Unione europea

L'euro circola anche oltre i confini dell'UE. Secondo la pagina della BCE sull'euro fuori dall'Europa, Andorra, Monaco, San Marino e la Città del Vaticano lo usano come valuta ufficiale in base ad accordi con l'Unione e possono anche coniare un numero limitato di monete con disegni propri.

Diverso è il caso del Kosovo e del Montenegro, che usano l'euro senza emettere una moneta nazionale e che in passato utilizzavano il marco tedesco. Questi Paesi, però, non fanno parte dell'eurozona: non partecipano alle decisioni della BCE e non hanno una banca centrale nel suo Consiglio direttivo.

Cosa significa l'eurozona per chi vive in Italia

Per un cittadino italiano far parte dell'area dell'euro ha effetti molto concreti. Quando si viaggia in uno degli altri 20 Paesi dell'eurozona non serve cambiare valuta e si possono confrontare i prezzi senza fare conti. Chi lavora o studia in Spagna, Germania o Croazia riceve lo stipendio o la borsa nella stessa moneta che usa in Italia, e chi compra online da un negozio di Vienna o di Lisbona paga in euro.

C'è poi un effetto meno visibile ma importante: i tassi di interesse fissati dalla BCE valgono per tutta l'area e influenzano mutui, prestiti e rendimento dei risparmi anche nel nostro Paese. Le scelte di Francoforte, quindi, riguardano direttamente i bilanci delle famiglie italiane. Per decisioni personali su mutui, investimenti o conti in valuta estera conviene sempre rivolgersi alla propria banca o a un consulente abilitato.

Domande frequenti

Quanti Paesi fanno parte dell'eurozona nel 2026?

Ventuno. Con l'ingresso della Bulgaria il 1° gennaio 2026, l'euro è la moneta ufficiale di 21 dei 27 Stati membri dell'Unione europea.

Eurozona e Unione europea sono la stessa cosa?

No. L'Unione europea conta 27 Stati membri, mentre l'eurozona comprende solo i 21 che hanno adottato l'euro. Cechia, Danimarca, Polonia, Romania, Svezia e Ungheria sono nell'UE ma usano ancora la propria moneta.

La Romania adotterà l'euro?

La Romania è tenuta ad adottarlo, ma solo dopo aver rispettato tutti i criteri di convergenza. Secondo la relazione della Commissione del 2026 non li soddisfa ancora tutti.

San Marino e il Vaticano fanno parte dell'eurozona?

No. Usano l'euro come valuta ufficiale grazie ad accordi con l'Unione europea e possono coniare un numero limitato di monete proprie, ma non sono Stati membri dell'UE e non partecipano alle decisioni della BCE.

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